In principio fu il Merito

In principio fu il Merito, uno zuccherino gettato al popolo dalle élite per fargli credere che non valgono raccomandazioni, discendenze e ricchezze ma basta studiare, essere sgobboni e dotati.

E quale meccanismo è più meritocratico di un concorso? Premia e punisce senza privilegiare nessuno se non, appunto, per i suoi meriti.

Il concorso – si dice – è il luogo per sfidarsi, superarsi in bravura, vincere.

Anche il figlio dell’operaio può partecipare ed essere valutato secondo il criterio, mistico e sfuggente, del Merito.

Ma il Merito contiene una retorica falsa e violenta.

Falsa perché nasconde l’importanza dei capitali di partenza e della fortuna dinastica. I ricchi e potenti si salvano da soli, lasciando gli altri – i sommersi – a gareggiare per un posto.

Falsa perché presuppone che i concorsi ricompensino i più bravi.

Un’idea poetica, sulla carta.

I fatti, però – dall’università agli altri concorsi pubblici (tutti) – danno testimonianza di altro: concorsi affollati e caotici, condizioni di svolgimento proibitive, prove annullate. Dov’è, in tutto questo, la misurazione oggettiva e imparziale del Merito?

Violenta perché, se dobbiamo premiare chi ce l’ha fatta, dobbiamo punire chi, invece, non ce la fa. Se «chi ci prova ce la fa» e tu non ce la fai, allora vuol dire che non ci hai provato abbastanza e la colpa del fallimento è solo tua.

Il prodotto di questa retorica è una sconfinata arroganza di quelli che vincono e un ingombrante senso di colpa di quelli che non ce la fanno.

Il talento non c’entra.

Serve talento per essere Glenn Gould o dipingere un sole che non sia soltanto una macchia gialla, non per vincere un concorso.

Per vincere un concorso occorre soltanto impegnarsi in uno studio costante, l’unica variabile che dipende da noi.

Sul ruolo della fortuna e delle circostanze non possiamo intervenire: occorre affidarsi e sperare che giochino a nostro favore, senza fingere che non esistano.

E togliere il saluto a chi straparla di meritocrazia.